Malachia

    Al comando di Geova Mosè cominciò la composizione delle Scritture Ebraiche col libro di Genesi. Circa undici secoli più tardi l’inspirato Malachia finì il cànone ebraico col profetico libro recante il suo nome. “Malachia” (abbreviazione di “Malachijah”) significa “messaggero di Jah”. Alcuni credono che “Malachia” non sia il nome personale dello scrittore, bensì un nome che gli venne dato per il suo incarico profetico. Ci sono anche alcuni i quali sostengono che il termine “Malachia” non doveva riferirsi a un uomo, ma fosse soltanto il titolo del libro. Ma dal versetto iniziale è chiaro che Malachia fu unuomo e che, in armonia all’usuale procedura relativa ai libri profetici, il libro ch’egli fu ispirato a scrivere prese il nome dello scrittore: “Oracolo, parola dell’Eterno, rivolta a Israele per mezzo di Malachia”. (Mal. 1:1).
    Non esiste un solo fatto documentato concernente gli antenati e la storia personale di Malachia, e neppure una diretta indicazione circa il periodo di tempo nel quale profetizzò. Quindi non si può affermare con certezza quando quest’ultimo libro delle Scritture Ebraiche sia stato composto. Tuttavia l’opinione comunemente accettata basata sull’evidenza interna del libro è la seguente:
    Malachia parla dei Giudei sotto l’amministrazione civile di un governatore, il che chiaramente pone il libro nell’epoca successiva alla cattività, essendo questo l’unico tempo in cui gli Ebrei furono amministrati da governatori. Il tempio è stato riedificato e si presume che si compiano i servizi del tempio. Nessuna menzione è fatta del lavoro di riedificazione del tempio; quindi doveva essere stato compiuto qualche tempo prima. Questi fatti escludono l’amministrazione del governatore Zorobabele. Né vien menzionata la ricostruzione delle mura, il che sembra escludere la prima parte del governatorato di Nehemia. Tuttavia, si sostiene che il libro sia stato scritto nell’ultima parte dell’amministrazione di Nehemia, probabilmente dopo il trentaduesimo anno di Artaserse III (443 a, C.) e il ritorno di Nehemia dal palazzo persiano di Susan. Perché mai? Perché Nehemia fu l’ultimo dei governatori civili ebraici, e la profezia di Malachia accenna a un tale governatore. (1:8) Inoltre, Malachia denunciò proprio le condizioni che esistevano quando Nehemia ritornò dalla Persia, cioè, i Giudei avevano preso mogli pagane (Mal. 2:11, 12; Neh. 13:23-26); le decime non erano state portate per sostenere il servizio del tempio (Mal. 3:8-10; Neh. 13: 10-12); il patto del sacerdozio o con Levi era stato profanato (Mal. 2:4-8; Neh. 13: 11, 29) ; altri punti della legge erano violati (Mal. 2:8; Neh. 13:15). Questa interna evidenza non determina con certezza il tempo della profezia di Malachia; ma indica con una certa sicurezza l’ultima parte del governatorato di Nehemia.
    L’essenza della profezia di Malachia è la condizione impura del sacerdozio e la subitanea venuta del giudizio. Il suo stile non è così pieno di figure retoriche come quello di altri profeti. Non ha la bellezza di espressione che caratterizza tanti altri libri profetici; non ha l’impronta della dizione poetica che distingue alcuni altri profeti. Però è espressa con chiaro e vigoroso linguaggio. Ragiona, fa paragoni, e le frequenti domande la rendono animata. Un figlio onora suo padre e un servo il suo signore, ma in che modo i sacerdoti d’Israele onorano il loro Padre e Signore, Geova? Ulteriori domande mettono in risalto il vero stato di cose relativo al servizio del tempio: i sacerdoti dicono che la mensa dell’Eterno è spregevole offrendo su di essa cibi contaminati e animali ciechi, zoppi, malati e rubati. Essi non vogliono compiere alcun servizio per nulla, neanche il più leggero. (1:2-14).
    Le benedizioni dei sacerdoti saranno maledette, la loro progenie corrotta, e i loro volti imbrattati degli escrementi delle vittime offerte alle loro feste. Secondo il patto con Levi relativo al sacerdozio, “le labbra del sacerdote son le guardiane della scienza, e dalla sua bocca uno cerca la legge, perch’egli è il messaggero dell’Eterno degli eserciti”. Ma al tempo di Malachia i sacerdoti avevano corrotto il patto con Levi, non avevano insegnato al popolo la legge, avevano mostrato parzialità, trattato perfidamente, essi stessi non avevano osservato le vie di Geova e avevano fatto intoppare altri nella legge divina. Essi avevano ripudiato le mogli della loro giovinezza e prese donne straniere, mogli pagane. Le loro continue empie parole avevano stancato Geova Dio. (2:1-17).
    Il capitolo 3 esordisce con l’eccitante profezia del messaggero di Geova che prepara la via davanti al Signore, e annuncia l’improvvisa apparizione di questo “Angelo del patto” nel tempio per il giudizio. Ivi egli sederà per affinare, depurare e purificare i sacerdoti, i figli di Levi, affinché offrano a Geova un’offerta con giustizia, con purezza. Allora il loro servizio sarà gradito, perché l’immutabile Dio Onnipotente per mezzo del Suo Messaggero nel tempio avrà eliminato tutti gli incantatori, gli spergiuri, gli oppressori e quelli che “fanno torto allo straniero”. (3:1-6) Il resto del capitolo mostra che quelli che derubavano Iddio ritenendo le decime e le offerte accettevoli riceverebbero, dopo il loro pentimento, tante benedizioni da non poterle contenere tutte. La terra sarà fiorente. Allora, benché alcuni possano ritenere vano servire Geova, molti si rivolgeranno al Signore e Geova li ricorderà. (3:7-18).
    Nelle Bibbie ebraiche la profezia di Malachia consta soltanto di tre capitoli, avendo il terzo capitolo ventiquattro versetti. Le versioni italiane, però, terminano il terzo capitolo al versetto diciotto e dei rimanenti sei versetti fanno un quarto capitolo. Questi versetti preannunciano un giorno futuro in cui i superbi e i malvagi saranno consumati come stoppia dal fuoco, e di essi non sarà lasciato né radice né ramo. Ma su quelli che temono Dio si leverà il sole risanatore della giustizia, ed essi calpesteranno gli empi. Il versetto 4 ammonisce gli Israeliti di ricordare la legge di Mosè. Il versetto 5 predice che Geova avrebbe inviato Elia, il profeta, prima del giorno grande e spaventevole del Signore. Il versetto 6 predice l’opera di questo profeta: “Egli ricondurrà il cuore dei padri verso i figliuoli, e il cuore de’ figliuoli verso i padri, ond’io, venendo, non abbia a colpire il paese di sterminio”.
    Nella Bibbia ebraica la profezia di Malachia è l’ultima dei “Profeti posteriori” e quindi è posta immediatamente prima degli “Agiografi” o “Scritti Sacri”, Kethubìm. Malachia fu l’ultimo dei profeti precedenti all’èra cristiana. Le sue parole, in Malachia 4:4, 5, hanno questo significato. Egli non induce gli Israeliti ad attendersi una successione di profeti come nei tempi passati, ma dice loro di osservare la legge di Mosè e di attendere Elia, il profeta, prima della venuta del Messia. L’osservanza della legge era raccomandata per permetter loro di restare sul giusto sentiero finché venisse il Messia, non altri profeti. Quale appropriata conclusione delle Scritture Ebraiche costituisce tale ammonimento all’osservanza della legge! Il primo scrittore biblico, Mosè, fu adoperato per dare questa legge a Israele quando Israele fu inizialmente costituito come nazione santa di Geova. Osservandola essa li terrebbe sulla diritta e stretta via della vera adorazione e lungi dalla strada larga e deleteria del culto demonico e della religione. Ora colui che conclude il cànone ebraico, Malachia, la indica una volta ancora come loro guida durante i pochi secoli che restano finché non raggiunga la sua mèta nel Messia Cristo.
    La canonicità di questo libro che chiude il cànone ebraico non è mai stata contestata. Viene citato spesso nelle Scritture Greche, dove sono annotati adempimenti su piccola scala delle sue profezie. A questo riguardo, paragonate Malachia 3:1 e 4:5, 6 con i seguenti versetti delle Scritture Greche: Matteo 11:10-15; 17:10-12; Marco 1:2, 3; 9:11-13; Luca 1:15-17, 76; 7:27; Giovanni 1:6-8, 15; paragonate pure Malachia 1:2, 3 con Romani 9:13. In questi ultimi giorni adempimenti maggiori hanno avuto luogo, determinando con gli indiscutibili fatti fisici dei nostri giorni l’autenticità dell’ultimo libro del cànone ebraico.

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